Viaggio in Normandia: DAY09

Viaggio in Normandia: DAY09

Mappa degli spostamenti di oggi

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Verso Avranches

Dopo una serena nottata, facciamo i bagagli e torniamo a Bayeux a fare colazione – passiamo in pasticceria, slurp! – e a completare il giro dei souvenir, dopo di che facciamo una breve sosta al Carrefour per fare gasolio e comprare l’acqua e le pile per la macchina fotografica di Sara. Partiamo quindi per Avranches, dove facciamo velocemente check-in al B&B Hotel e mangiamo un hamburger al Buffalo Grill. E’ primo pomeriggio: esattamente il momento in cui avevamo pianificato di partire per l’unica visita di oggi – a Mont Saint-Michel.

Mont Saint-Michel

Sulla storia del Monte non vi diremo nulla, sarebbe fatica sprecata tanto è ben conosciuta. Ciò che invece è meno conosciuto è che da pochi mesi prima del nostro arrivo la Baia del Monte è assolutamente interdetta al traffico automobilistico: un tempo si poteva giungere fino alle pendici della roccia in auto e parcheggiare – maree permettendo – in loco; ora non è più possibile farlo dal momento che sono in corso massicce opere di spostamento di materiali dalla Baia e – parallelamente – di convogliamento delle acque del torrente Couesnon. Queste operazioni serviranno a calmierare la forza delle maree che da sempre mutano il la conformazione del paesaggio nei dintorni del Monte e dunque a dare stabilità all’area… stabilità anche in senso “turistico”, dato che ora i visitatori (che qui sono più di 3 milioni ogni anno!) sono costretti a lasciare l’automobile a circa 3 km dal Monte in parcheggi asfaltati non coperti in cui sbrigativi parcheggiatori estorceranno loro la cifra 8€, con i quali si ha diritto alla sosta ed al trasferimento in autobus fino all’ingresso del Monte (e viceversa). L’organizzazione del flusso turistico è ancora incompleta, e lo si denota anche dal fatto che la gente – noi compresi – è costretta a coprire a piedi sotto il sole agostano il tratto di circa un km che la separa dal parcheggio alla fermata delle navette… poco male per noi, ma abbiamo visto persone anziane in serio annaspamento lungo la camminata; c’è anche da dire che è una giornata molto calda, di sicuro la più calda di tutta la vacanza (oltre che afosa, cosa strana!)

Ci avviciniamo in auto al parcheggio e già si vede benissimo la silhouette del Monte: i dettagli appaiono ai nostri occhi poco per volta, durante il tragitto in navetta, e non possiamo non volare con l’immaginazione ai destini di tutti i pellegrini che nei secoli si sono recati qui a piedi da chissà dove!

Sarò sincero con voi: Mont Saint-Michel non mi ha entusiasmato, l’ho trovato da subito molto caotico e turistico. Se ci andate nella speranza di trovare atmosfere medievali e silenzi meditativi nell’area abbaziale, bè, ricredetevi – almeno che non andiate in momenti dell’anno decisamente fuori stagione oppure al mattino prestissimo. Ciò che invece mi ha colpito è stata la Baia: Sara ed io decidiamo – vista la bassa marea intorno al Monte – di toglierci le scarpe e di farci una camminata sul fondo limaccioso lasciato dalle maree, in cui i piedi affogano fino ai talloni. E’ divertentissimo! Bisogna però fare attenzione ai laghetti che permangono e a non scivolare, ovviamente. Ci sono tante persone che “circumnavigano” il Monte, si scorgono temerari che vanno anche molto al largo e gruppi che si godono il paesaggio a cavallo. Come potrete immaginare, da qui si gode una vista magnifica sul Monte e sull’Abbazia. Dopo un’accurata – ma purtroppo per forza di cose incompleta – pulizia dei piedi effettuata seduti su uno scoglio, torniamo a piedi all’ingresso del borgo del Monte, costituito da una sola stretta via (la Grande Rue) che spiraleggia fino in cima alla roccia, lungo la quale si può misurare la più grande densità per metro quadro di negozi di souvenir e di ristoranti al mondo! Un vero delirio di gente… Ma c’è un modo per salvarsi dal carnaio: imboccare una delle stradine laterali, che con alte scalinate di pietra dirigono verso la sommità della roccia: attenzione a non perdervi! Arriviamo all’ingresso dell’Abbazia benedettina del Monte, e come da programma decidiamo di visitarla: sono le 16:30 e all’ingresso ci informano che l’ultima visita guidata in italiano è partita mezz’ora prima – dunque ci toccherà auto-guidarci utilizzando gli opuscoli (almeno quelli sono in italiano!). Il percorso di visita dura circa un’ora ed è obbligato: si percorre una ripidissima scalinata e ci si trova sulla grande terrazza antistante all’Abbazia (la vista sulla Baia qui è davvero meravigliosa), dopo di che si procede entrando nell’Abbazia, a navata romanica e tetto di legno, e poi nella “Merveille” (dove soggiornavano anticamente i monaci) di cui segnaliamo il Chiostro, il Refettorio e altre sale di accoglienza per i pellegrini. Se posso permettermi di darvi un consiglio, valutate bene se visitare o meno questa Abbazia: senza una contestualizzazione storico-artistica (in cui non può mancare la leggenda della genesi del Monte) la visita perde tutto il suo senso, ma non è vana se consideriamo che la vista della Baia dall’alto e la quiete del Chiostro sono speciali.

Dopo la visita, scendiamo con calma ammirando ancora gli scorci dell’Abbazia e la Baia sulla quale il sole sta lentamente tramontando e sulla quale la marea sta lentamente alzandosi. Ci riposiamo qualche minuto e ci mettiamo alla ricerca di qualche souvenir – e non è impresa semplice se si vuole evitare il salasso! Abbiamo potuto constatare che qui ci sono pochissimi alberghi e un mare di ristoranti dai prezzi astronomici… chi pernotta qui davvero se lo deve poter permettere, e possiamo solo immaginare quanto sia bello ammirare l’entroterra di notte dalla sommità del Monte. Ma – tuttavia – è altrettanto bello ammirare il Monte illuminato di notte dall’entroterra!

Usciamo dal Monte e ci instradiamo – al contrario – lungo la strada che abbiamo percorso all’andata sulla navetta. Sono le 19, la canicola ormai ha allentato la morsa e si sta benissimo: decidiamo di fare questi 3 km che ci separano dalla macchina a piedi. Siamo soli – tutti tornano alle auto con le navette – e allontanandosi dal Monte le voci e i rumori diventano sempre più flebili; la luce del tramonto accarezza il Monte e lungo il cammino, questa è la vista: meravigliosa!

Una volta recuperata l’automobile dopo aver pagato il parcheggio agli sportelli automatici (quello per cui eravamo in coda, ovviamente, si è rotto poco prima del nostro turno…), andiamo al vicino paese di Pontorson per cenare: siamo stanchi, ed un bel piatto di moules et frites bagnati da una birra artigianale della zona (Croix des Grèves) ci ritempra prima del ritorno ad Avranches.

CONTINUA CON Viaggio in Normandia: DAY10

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Viaggio in Normandia: DAY07

Viaggio in Normandia: DAY07

Mappa degli spostamenti di oggi

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Oggi ci svegliamo abbastanza presto perché dobbiamo “intercettare” la direttrice del nostro Etap Hotel per risolvere il piccolo problema di ieri con la prenotazione. Ci vestiamo in fretta e scendiamo in reception: la direttrice è molto gentile e disponibile, e oltretutto parla un inglese con i fiocchi – ergo, problema risolto! Il pagamento era stato effettuato ma Etap non ne aveva avuto conferma dai sistemi informatici di prenotazione del gruppo Accor (maledetti computer, rovinano il mondo – l’ho sempre detto!).

Il programma di oggi prevede un tour sommario dei luoghi storici relativi alla battaglia di Normandia del 1944. Certo, questi luoghi meriterebbero più tempo per essere visitati, ma soprattutto meditati: qui migliaia di uomini e donne – di parte francese, americana e tedesca – hanno perso la vita, e solo per questo motivo dovremmo tutti riflettere non tanto sui meri eventi storico-militari, quanto sul prezzo inestimabile che ha la libertà e su quanto orrore e miseria spirituale porta la guerra. Ammetto di essere impaziente: ho una grande passione per la storia e di conseguenza questo è uno dei momenti della vacanza che più attendevo… prima di partire ho stressato la povera Sara fin troppo per pianificare un itinerario che toccasse più tappe possibili e per documentarci un minimo sui dettagli storici. Ma dobbiamo dire che alla fine ne è valsa la pena!

Nella nostra descrizione daremo dei riferimenti minimi agli eventi storici, senza entrare troppo nei dettagli.

Partiamo!

Sainte-Mère Église

Puntiamo ad ovest verso l’inizio della pensisola del Cotentin: la nostra meta è il villaggio di Sainte-Mère Église, che si trova a circa 60 km da Bayeux. Da qui, “ritorneremo” verso est seguendo il litorale e visitando le località più notevoli, con particolare attenzione alle spiagge dove ha preso vita l’operazione Overlord il 6 giugno del 1944. Sainte-Mère Église è famosa per essere stato il primo comune francese ad essere liberato dai nazisti nella notte del D-DAY, ad opera dell’82° e della 101° divisioni aereotrasportate: alle sue sorti è legata la celeberrima storia del soldato John Steele, che rimase impigliato con il suo paracadute su una guglia del campanile della chiesa del paese e si salvò, fingendosi morto, dal fuoco nemico che impazzava nella sottostante piazza contro i suoi colleghi d’arma.

Una volta arrivati in paese, troviamo senza alcuna difficoltà parcheggio nella via principale, compriamo quattro bei croissant in boulangerie e ci godiamo la nostra colazione seduti su una panchina nella piazza principale. La vista è splendida: la chiesa di Notre-Dame de l’Assomption sulla quale campeggia il “manichino paracadutista” che rievoca l’avventura di Steele. La chiesa è tutta fatta di ardesia nera – non solo il tetto: il suo interno ha pochi punti luce, è come immaginabile (visto anche che il cielo è velato) è poco luminoso, ma ciò nonostante si respira una spiritualità incredibile. Nella piazza sono presenti tabelloni che raccontano quella fatidica notte, anche con l’ausilio di foto d’epoca: me n’è rimasta impressa una dove una colonna di soldati americani, all’imbrunire, percorrono la via principale del paese (uno di loro a cavallo di un asino), rastrellando le case circostanti in cerca di soldati tedeschi.

Altra tappa obbligata qui a Sainte-Mère Église, a pochi passi dalla piazza, è il grande Museo Airborne, dedicato in modo speciale al corpo dei paracadutisti e che raccoglie una serie di cimeli di guerra notevoli. La struttura è organizzata su due padiglioni, sorti attorno ad altrettanti velivoli d’epoca – un aliante WACO ed un C-47 – che sono stati lasciati nella loro posizione originale d’atterraggio e restaurati. All’ingresso del museo campeggiano un carro armato, postazioni di contraerea, due jeep ed un obice di fattura americana. Per visitare i padiglioni ci vuole veramente un sacco di tempo, ed è consigliabile arrivare conoscendo già a grosso modo come sono andati gli eventi storici dal momento che la contestualizzazione storica dei reperti è scarsa. La visita è organizzata lungo vetrinette che si dispongono circolarmente attorno ai due velivoli, che sono stati “popolati” di manichini vestiti ed equipaggiati di tutto punto. Nelle vetrine sono esposti cimeli americani, tedeschi e francesi di rara fattura ed alcuni in straordinario stato di conservazione: sono tutti oggetti ritrovati nelle vicinanze del paese e per lo più donati volontariamente dalla popolazione nei decenni. Si ammira di tutto: dalle armi leggere (pistole, fucili, semi-automatiche) alle armi pesanti (mitragliatrici, bazooka, panzer-faust), dai manifesti americani incitanti alla resistenza ai giornali d’epoca, dagli strumenti medici usati per operare sul campo ai generi di prima necessità come le razioni, le sigarette ed i kit per la rasatura, dalle cartine di atterraggio alle mostrine, dalla corrispondenza post-bellica dei soldati con gli abitanti del paese alle uniformi. Insomma, se vi piace questo genere di cose, siete nel posto giusto: io ci sarei rimasto per ore ed ore, e mi sono anche commosso come una mammoletta quando ho letto il racconto dell’amicizia tra un soldato americano ed uno tedesco nata proprio durante i giorni della battaglia di Normandia (io difficilmente piango per qualcosa di non tragico, ho detto tutto…).

Utah beach (Sainte-Marie du Mont)

Tra una foto e l’altra – mannaggia! – la batteria della macchina fotografica ha perso già di tono…e sono solo le 11 del mattino! Il tempo è tiranno, dunque si prosegue verso una meta non prevista, ma visto che il sole sta spuntando….Utah beach! Lasciamo l’auto in un grande campo e ci dirigiamo a piedi verso i bianchi monumenti commemorativi che ricordano lo sbarco americano, posti sulla cima di una collina artificiale (sotto c’era un bunker tedesco) alla quale si accede attraverso un’ampia scalinata. Da qui si ammira la bellezza della spiaggia di sabbia fine…una cosa che mi incuriosisce molto è il constatare la serenità di questi luoghi, meta delle visite di migliaia di visitatori ogni anno: sembra di osservare una spiaggia dove nessun uomo ha mai messo piedi, le case più vicine sono a poche decine di metri dal mare e sono piccole tenute di campagna. Facciamo quattro passi sulla sabbia, raccogliamo un po’ di conchiglie…ci rilassiamo! La brezza è leggera e il cielo si sta sgombrando dalle nubi.

Pointe du Hoc (Cricqueville-en-Bessin)

Il fuoriprogramma ad Utah ci costringe purtroppo a saltare la visita al cimitero di guerra tedesco di La Cambe: la cosa ci spiace perché trovavamo giusto visitare un camposanto tedesco che uno americano (per “par-condicio”, si direbbe), ma purtroppo andare a La Cambe ci farebbe deviare troppo dal percorso stabilito e sacrificheremmo altre mete. Decidiamo quindi di fare i conformisti e di visitare – nel pomeriggio – solo il cimitero americano di Colleville-sur-mer.

Proseguiamo verso Criqueville-en-Bessin, dove in località Insigny-sur-mer si trova il Ranger Memorial, sul promontorio di Pointe-du-Hoc. Tutta quest’area è stata pesantemente craterizzata dai colpi d’artiglieria provenienti dalle navi da guerra alleate che cercavano di distruggere il bunker dove alcuni cannoni tedeschi stavano mettendo a serio repentaglio gli sbarchi di truppe nelle spiagge vicine (come Omaha): già arrivando a piedi verso la sommità della scogliera si apprezzano questi immani crateri, alcuni di più di una dozzina di metri di diametro e tutti ricoperti d’erba. Il percorso di avvicinamento ai bunker si snoda su sentieri sterrati che lambiscono i crateri. Il bunker principale è circolare ed è posto sulla sommità di una ripidissima scogliera rocciosa e reca un obelisco di pietra ad imperitura memoria dell’impresa compiuta da un manipolo di soldati ranger americani, addestrati alla scalata su roccia, la cui disperata missione fu di raggiungere questo bunker dal basso, sotto il fuoco diretto nemico, per mettere fuori combattimento i cannoni tedeschi. La sorte volle che mentre i ranger scalavano la parete e subivano pesanti perdite, i tedeschi riuscissero a spostare altrove l’artiglieria vandificando così in parte il sacrificio della scalata. E’ tuttora possibile entrare nelle spoglie e labirintiche viscere del bunker tedesco: entrare lì dentro – così come guardare a picco sulla scogliera – ti fa quasi immaginare l’infuriare della battaglia.

Omaha beach (Saint-Laurent-sur-mer)

La prossima tappa è la celeberrima Omaha beach.  La spiaggia è molto estesa, ricade su tre comuni: Vierville-sur-mer, Saint-Laurent-sur-mer e Colleville-sur-mer. Noi siamo diretti nell’area dove si trovano i monumenti commemorativi dello sbarco, che si trova nel comune di Saint-Laurent-sur-mer. Sono circa le 14:30 e prima di scendere fino alla spiaggia ci fermiamo ad una tavola calda in stile “Happy days” dove ci mangiamo una baguette veloce: il posto, come è immaginabile, è frequentato anche da turisti americani anche se vista l’ora tarda si sta svuotando. Scendiamo verso il litorale e parcheggiamo poco prima di una grande rotonda…tra essa e la spiaggia vera e propria si trovano due grandi monumenti. Il primo assomiglia ad una grande pinna di pietre quadrate e porta scritto in altorilievo: “the allied forces landing on this shore which they call omaha beach liberate europe – june 6th 1944”. La spiaggia è abbastanza frequentata (nonostante si sia di nuovo annuvolato e ci sia vento, qualche temerario fa il bagno!) ed assieme a noi salgono sul basamento del monumento alcuni bambini che giocano a rincorrersi…sono piccoli, non hanno idea di cosa è successo su questa spiaggia, e mi auguro che quando cresceranno possano vivere in un mondo dove non ci sia bisogno di ricordare simili eventi a difesa della pace. Più in là, sul bagnasciuga, si trova il secondo monumento: di recente costruzione (2004, il sessantenario del D-DAY), è costituito da “vele” e pilastri metallici che prorompono dalla sabbia. Tutto intorno sventolano impetuose le bandiere di vari stati (Francia, USA, Germania, Regno Unito, Canada, Olanda, Norvegia e Polonia). Facciamo quattro passi su un piccolo pontile per scattare alcune foto, ma il vento è davvero fastidioso e dunque decidiamo di proseguire il percorso. Stare qui, nonostante la calma e la rilassatezza dell’ambiente e dei turisti, lascia il cuore triste…e questa sensazione aumenterà a dismisura nella prossima tappa.

Cimitero di guerra americano (Colleville-sur-mer)

Come deciso, ci muoviamo verso il cimitero di Guerra Americano di Normandia a Colleville-sur-mer. Già dal parcheggio enorme e con area pulmann, capiamo che questo è uno dei posti più visitati della zona: forse, ma sto azzardando, è il luogo di Francia più visitato dai turisti americani. Come tutti i cimiteri di guerra, questo è suolo americano: all’entrata si fa la fila – che scorre via abbastanza velocemente – per passare il controllo degli zaini con metal detector e la loro ispezione. Una volta entrati, ci rendiamo conto che il camposanto è davvero immenso ed il verde è perfettamente tenuto…ci sono ampie aiuole, siepi, grandi alberi, è un luogo che ispira pace. Senza contare che si gode di una magnifica vista sul mare e su Omaha beach – che volendo si può anche raggiungere attraverso un tortuoso sentiero immerso nel verde. A poche decine di metri si apre una vista incredibile: un’immensa area tombale rettangolare lunga circa 400 metri, alla quale si accede costeggiando un ampio stagno di ninfee. All’estremità da cui arriviamo si trova il Memorial, monumento agli oltre 1500 caduti americani della battaglia di Normandia che non sono stati identificati o ritrovati: è costituito da una piccola “piazza”ornata con alberi e fiori, con al centro un’altissima statua rappresentante il sacrificio dei militi ignoti. Tutto attorno alla statua c’è un ampio porticato semicircolare sul quale sono scritti i nomi dei soldati e cartine che spiegano le principali fasi dell’impegno USA nella Seconda Guerra Mondiale.

Attraversiamo lo stagno rettangolare e ci troviamo nel camposanto vero e proprio, che conta 9387 croci bianche, organizzate a matrice e raggruppate in sezioni divise qua e là da piccole aiuole. Ogni fila è numerata, di modo che ogni tomba possa essere rintracciata. Su ogni croce c’è scritto un nome, un cognome, un grado militare, una data di morte e uno stato americano di nascita. Sotto ogni croce, c’è una vita che è stata spezzata per un motivo inutile: la guerra… e vedendo sepolti qui sotto ai tuoi piedi dei ragazzi della tua età o anche più giovani, bè, ti fai delle domande. Te ne fai tante!!! E anche quando il tuo sguardo “screma” tra i turisti e riconosce molte persone che vengono qui a trovare i propri cari che non ci sono più, portando fiori e pregando.

Questo è un posto dove avremmo voluto trascorrere molto più tempo, per svariati motivi…ma purtroppo il tempo ci indica la via del ritorno, e dunque torniamo all’ingresso e scendiamo sottoterra, dove si trova il Visitor Centre: un’immensa area pensata per “raccontare” la guerra come l’hanno vissuta gli americani, attraverso strumenti multimediali e molti reperti. Nel particolare, ci sono schermi che proiettano filmati d’epoca, foto e l’audio registrato dai soldati sopravvissuti che raccontano i momenti e i ricordi delle battaglie e della loro vita sotto le armi. Noi purtroppo vediamo il Visitor Centre molto di fretta, un quarto d’ora e siamo già fuori, ma vi consigliamo di visitarlo bene se potete: è un luogo adatto anche a raccontare le vicende di guerra ai più piccoli o a chi non conosce molto bene la storia (a patto però che parliate e leggiate l’inglese e/o il francese!).

Longues-sur-mer

Riprendiamo l’auto mentre si sta facendo tardo pomeriggio e un timido sole è ricomparso all’orizzonte. Oggi è una giornata molto….normanna come tempo atmosferico! 🙂 Ci dirigiamo verso Arromanches-les-bains, ma prima di arrivare e appena lasciata alle nostre spalle Port-en-Bessin, ci fermiamo poco fuori dal villaggio di Longues-sur-mer perché qui si trovano delle batterie di cannoni tedeschi molto ben conservate. Ci si arriva a piedi attraverso uno sterrato di poche decine di metri, tra i campi di grano. Ogni cannone si trova in un bunker semicircolare ed aveva il chiaro intento di sparare alle navi sulla Manica: ovviamente i tedeschi avevano predisposto queste armi per contrastare la flotta di invasione anglo-americana. I cannoni sono ancora puntati verso il mare, uno di loro è anche rialzato a circa 60° dal terreno! Entriamo nei bunker e constatiamo che i meccanismi di puntamento e rotazione dei cannoni sono stati lasciati quasi intatti.

Gold beach e Port Winston (Arromanches-les-bains)

Proseguiamo verso l’ultima tappa di oggi: Arromanches-les-bains. Qui si trova Gold Beach, teatro dello sbarco delle unità inglesi e luogo notevole per la presenza dei resti di una delle più incredibili opere di ingegneria mai realizzate: un porto artificiale costruito con compartimenti metallici assemblati sul Tamigi e trasportate qui per via navale. Questo porto fu chiamato Port Winston (in onore di Churchill) e la sua costruzione fu necessaria per garantire un punto di sbarco di uomini, mezzi e merci sulle coste normanne che fosse protetto dalle maree e dalle intemperie della Manica. Siccome nessuna delle spiagge del D-DAY era per sua natura adatta a permettere attracchi sicuri (tant’è che non ci sono porti), allora gli inglesi costruirono questo porto artificiale – che fu determinante per gli approvvigionamenti alle truppe che, nelle settimane successive al D-DAY, dovevano reggere l’urto dei contrattacchi tedeschi. Il porto venne distrutto da una tempesta, ma se ne ammirano ancora dei tratti poco al largo e – con la bassa marea – se ne possono anche raggiungere alcuni. Noi siamo fortunati: ora c’è bassa marea e ci spingiamo a piedi fino a toccare uno dei comparti metallici, in gran parte ricoperto di alghe. Fantastico, stiamo toccando con mano la storia!

Ritorno a Bayeux

E’ stata una giornata a dir poco vibrante. Siamo affamati: torniamo direttamente in centro a Bayeux per mangiare una meritata galette ed assaggiare un “cidre poirée” (di certo, non alle nostre aspettative) prima di goderci lo spettacolo del “son et lumière” che vede la cattedrale illuminata da luci multicolori…davvero incantevole!

CONTINUA CON Viaggio in Normandia: DAY08 …

Viaggio in Normandia: DAY06

Viaggio in Normandia: DAY06

Mappa degli spostamenti di oggi

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Oggi il nostro viaggio prosegue nella regione della Basse-Normandie, nel département del Calvados. Ci alziamo di buon ora: è una mattinata fredda, il cielo è parzialmente coperto e tira un po’ di vento. Honfleur rispetto a ieri (ora è lunedì mattina) è ovviamente deserta: in giro ci sono pochissime persone e facciamo fatica a  trovare anche solo una boulangerie dove fare colazione. Partiamo in auto alla volta della prossima meta del viaggio, che ci ospiterà per ben tre notti: Bayeux. Abbiamo scelto di soggiornare a Bayeux per più motivi: al di là della possibilità di ammirare il suo famoso Arazzo, la cittadina rappresenta un’ottima base per la visita – che definire “rituale” è riduttivo – dei luoghi legati al D-Day e della vicina città di Caen, oltre che eventualmente per l’impostazione di percorsi più enogastronomici verso la Route du Cidre e Camembert (noi ahimè non faremo turismo enogastronomico…)

Il tragitto è lungo più di 100 km e lambisce Caen, sulla cui tangenziale troviamo il primo autovelox fisso della vacanza. Durante il viaggio troviamo anche un’altra postazione laser mobile con pattuglia nascosta dietro il fianco di un cascinale, in pienissima campagna…fortuna che andavamo nei limiti!

Bayeux: la storia ci parla “a fumetti”

Arriviamo a Bayeux a metà mattina, passando per una grande rotonda dedicata ad Eisenhower e con tanto di statua bronzea; troviamo agevolmente parcheggio nel Parc Ornano e poco oltre ammiriamo un vecchio mulino sul piccolo torrente Aure: l’ambiente è molto caratteristico, anche grazie ai salici piangenti tutti attorno. Fa tanto freddo però, siamo vestiti leggeri e dunque ci avviamo spediti poche decine di metri avanti, al Centre Guillaume Le Conquérant dove è custodito il celeberrimo Arazzo. Diciamo subito che la struttura che lo ospita era un tempo il Seminario diocesano (Bayeux è diocesi) ed entrando, sulla sinistra, si può ammirare una piccola cappella di origine normanna. Ci mettiamo in fila per prendere i biglietti: la fila è abbastanza lunga ma scorrevole, dietro a noi c’è una coppia di ragazzi italiani e scambiamo due battute con loro. L’ingresso costa relativamente poco (circa 10€ per chi come me non ha riduzioni di nessuna sorta) e per gli studenti è agevolato, ma credetemi, vale ogni centesimo speso! Il museo si snoda su tre piani: noi abbiamo seguito un particolare ordine nella visita (secondo piano, poi pian terreno ed infine primo piano) e lo consigliamo a tutti perché pensiamo sia il modo “più bilanciato” di visitare un museo che è pur sempre abbastanza articolato. Al secondo piano troviamo un vero e proprio cinema dove viene proiettato in continuo un filmato (alternando la versione in francese ed inglese) che contestualizza l’Arazzo e le vicende in esso “cucite”. Il primo piano ospita una vasta esposizione di reperti storici, modellini e approfondimenti su ogni aspetto socio-culturale e storico legato all’Arazzo: dal materiale di cui è composto alle tecniche di cucitura per realizzarlo, dalla vita e imprese dei personaggi narrati alla loro “parentela dinastica”, dalle armi e tattiche di guerra allo scenario geo-politico dell’epoca, e addirittura una riproduzione fedele di una nave normanna. Questo piano è molto grande ed interessante, prendetevi tempo per visitarlo per bene. Il pian terreno ospita il manufatto vero e proprio, il quale è dislocato sui due lati di una parete e misura complessivamente quasi 70 metri in lunghezza e circa mezzo metro in altezza: la parete è foderata di nero e la stanza è oscura, l’Arazzo è conservato sotto vetro in ambiente ad umidità e temperatura controllate ed è  sapientemente illuminato con neon bianchi che non alterano la percezione dei colori originali dei tessuti. Nel visitarlo sarete accompagnati da un’audioguida “intelligente”,che parlerà italiano e aggancerà la spiegazione delle varie scene narrate nell’opera a mano a mano che ve le troverete davanti – ovviamente, niente foto. Che dire… la “Tapisserie de Bayeux” è uno dei reperti storici più belli che io abbia mai visto, e trovartelo davanti quasi annulla la distanza temporale tra te e i suoi creatori – o meglio, probabilmente creatrici, dato che sembra essere cucito a pannelli da monache tessitrici – perché è talmente ben conservato da lasciarti senza parole: puoi apprezzare i colori originali, così come sono stati tinti sulla lana circa nel 1070. Come molti di voi saprete, l’Arazzo (che tecnicamente parlando non è un arazzo, ma un ricamo) è stato creato per raccontare sia a chi sapeva leggere il latino – ogni scena è commentata – sia a chi non ne fosse in grado la storia di Guglielmo (Willelmus) il Bastardo, detto poi “Il Conquistatore”, delle sue grandi imprese e delle sue vicende dinastiche: il cuore è la descrizione dell’invasione del suolo inglese e della sconfitta ad Hastings nel 1066 di Aroldo (Haroldus) e dei sassioni che da allora furono assoggettati dai Normanni, in crescente influenza sui territori francesi e britannici. Le vicende sono narrate sotto forma di un ancestrale “fumetto” di incredibile espressività e finezza di dettaglio (vedi la raffigurazione della cometa di Halley): mi ha lasciato a bocca aperta vedere molti bambini piccoli seguire da soli, con l’ausilio dell’audioguida, le vicende dell’Arazzo…significa che è proprio un fumetto! 🙂 Ed è un’opera forse unica nel suo genere, e tra le pochissime della sua epoca così ben conservate – se si pensa che è sopravvissuto ad incendi e depredazioni napoleoniche e naziste. Insomma, un miracoloso reperto di storia antica che si rivela modernissimo nelle tecniche e nella potenza della comunicazione (guardate questo video) ed è  stato annoverato dall’UNESCO tra le Memorie del Mondo, al pari del manoscritto della Nona di Beethoven, della prima Bibbia di Guthenberg oppure la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino.

La cattedrale ed il centro

Usciamo dal museo parecchio affamati: nel frattempo il cielo si è schiarito e fa decisamente meno freddo. Mangiamo “al volo” una galette innaffiandola con una ottima boulée di sidro dolce, ed eccoci di nuovo in pista per visitare l’altro gioiello di Bayeux: la sua immane cattedrale gotica, dedicata alla Madonna: fu consacrata alla presenza di Gugliemo il Conquistatore stesso nell’11° secolo su un sito che ospitava già anticamente edifici di culto romani (ancora oggi sono visibili le stratificazioni delle mura nel manto erboso che circonda l’edificio). Nella cattedrale, le cui  navate si slanciano imponentemente verso l’alto, sono particolarmente ammirevoli le gigantesche vetrate e il pulpito marmoreo. Scopriamo dai manifesti affissi un po’ dovunque che in estate il fianco sud della cattedrale è illuminato da giochi di luce colorata, accompagnati da spettacoli musicali (“son et lumière”): il prossimo spettacolo sarà tra due sere, e noi non ce lo perderemo!

Dopo una breve sosta nel negozio di tapisserie situato proprio dinnanzi alla facciata della cattedrale proseguiamo la passeggiata su Rue des Cuisiniers – costellata di case a graticcio i cui piani superiori espongono piccole bandiere rosse con lo stemma leonino della città – e giungiamo su Rue Saint-Martin, cuore pulsante del commercio cittadino: c’è parecchia gente e molti turisti, soprattutto statunitensi (cosa ovvia, vista la vicinanza ai luoghi del D-Day), ma si gira agevolmente sia a piedi che in auto.

Serata “movimentata”

Si fa tardo pomeriggio e incombe la necessità di far spesa, per due motivi: primo, non abbiamo quasi più acqua da bere e secondo, io (il genio) mi sono accorto di aver dimenticato in hotel a Le Havre il piccolo trasformatore di ingresso della mia macchina fotografica…e dato che le pile sono ricaricabili e danno segni di morte apparente, devo trovarne uno analogo. Tentiamo la sorte al Carrefour, e dopo un po’ di peripezie linguistiche (come diavolo si chiede in francese un trasformatore? Non saprei chiederlo nemmeno in italiano…) ci viene detto di provare al Bricomarket, dove effettivamente – dopo altre arrampicate linguistiche ed esilaranti mimiche di trasformatori – riusciamo a trovarlo. Dopo di che, una meritata cena verso le 19 – questa volta siamo di buon ora e ci fermiamo al Mac Donald’s di fianco al Brico – e di corsa all’Etap Hotel che abbiamo prenotato per tre notti. L’hotel si trova a circa 5 km dal centro cittadino ed è in una zona molto tranquilla di campagna, sebbene sia quasi pieno. A due passi dall’hotel c’è una griglieria che non sembra male. Arriviamo, facciamo il check-in e ci chiedono di pagare il soggiorno….uhm….a dire il vero il soggiorno l’avevo pagato on-line anticipatamente perché si trattava di una camera in offerta, e dunque andava saldato tutto prima. Quindi? La receptionist parla solo francese, e non è la persona con cui ho interagito mesi prima per prenotare la camera. Scopriamo che questa persona è la direttrice dell’hotel ed arriverà solo domattina, quindi per il momento attendiamo di parlare con lei per chiarire la questione… Ci facciamo una bella doccia rilassante e torniamo in auto a Bayeux (sono circa le 21) per prelevare al Bancomat e bere qualcosina: dobbiamo dire che si fa davvero fatica a trovare un pub dove si possa bere una birra o un sidro senza dover per forza ordinare qualcosa da mangiare! Di sera Bayeux offre molte brasserie e creperie, quindi mangiare non è un problema, ma troverete pochi ristoratori disposti a vendervi delle bevande alcooliche senza appiopparvi anche una galette o una salade…questione di abilitazioni, dicono: la licenza di vendita di soli alcoolici è più costosa della sola licenza di ristorazione. Morale: troviamo a fatica un pub in stile irlandese in rue Saint-Jean (“Le Gitane”: segnatevelo, così andate sul sicuro) pieno di non-ancora-diciottenni made in USA in libera uscita, che ovviamente ne approfittano per bere quanto più possibile viste le restrizioni che il loro Paese impone sulla vendita di alcool ai giovani…qui io e Sara ci concediamo un paio di “verres” di sidro a testa, e poi rientriamo in hotel per un gradito riposo. Domani è la volta del tour dei luoghi del D-Day, uno dei momenti del viaggio che attendevo con più impazienza!

CONTINUA CON Viaggio in Normandia: DAY07 …